Perché PageSpeed dà un punteggio basso anche a un sito veloce
3 ottobre 2026
Capita spesso: il sito si apre in un attimo dal tuo telefono, eppure PageSpeed Insights gli assegna 45 su 100 e un "caricamento del contenuto principale" di 9 secondi. Se mandi quel numero a un cliente così com'è, rischi due cose: allarmarlo per niente o, peggio, sembrare poco credibile quando lui prova il sito e lo trova veloce.
Il punto è che PageSpeed mostra due misure diverse e il punteggio grande in cima non è quella che conta per Google.
Le due misure di PageSpeed
1. I dati dei visitatori reali. Nella parte alta del report, quando il sito ha abbastanza traffico, Google mostra come si è caricato davvero per gli utenti di Chrome negli ultimi 28 giorni. Sono i dati del Chrome UX Report e sono quelli che Google usa come segnale per il posizionamento. Il giudizio è "buono", "da migliorare" o "scarso".
2. Il test di laboratorio. Il punteggio da 0 a 100 nasce da una simulazione: un telefono di fascia media con il processore rallentato e una connessione mobile lenta. È lo stesso test, ripetuto nelle stesse condizioni, per tutti i siti. Serve a trovare i problemi, non a dire quanto aspetta un visitatore vero.
Per questo un sito può avere visitatori reali soddisfatti ("buono" in alto) e allo stesso tempo un punteggio di laboratorio di 50: le condizioni simulate sono molto più dure di quelle della maggior parte dei visitatori.
Le soglie che contano
Google valuta l'esperienza con tre indicatori, i Core Web Vitals, misurati sul 75% delle visite:
- LCP (comparsa del contenuto principale): buono sotto 2,5 secondi.
- INP (reattività a tocchi e clic): buono sotto 200 millisecondi.
- CLS (stabilità, cioè quanto "salta" la pagina mentre carica): buono sotto 0,1.
Se i dati reali sono buoni su tutti e tre, il sito è a posto per Google anche con un punteggio di laboratorio modesto.
E se i dati reali non ci sono?
I siti piccoli spesso non hanno abbastanza visite perché Google pubblichi i dati reali. In quel caso resta solo il test di laboratorio, e la tentazione è riportare i suoi secondi come se fossero il tempo reale. Non lo sono: nel nostro confronto su decine di siti italiani che hanno entrambe le misure, il tempo reale da cellulare era in genere una frazione di quello del test.
Un modo più onesto di presentarlo:
- usa il punteggio come indicatore relativo (un 30 è peggio di un 70, in condizioni identiche);
- dai una stima del tempo reale come intervallo, non come numero preciso;
- concentrati sulle cause: il test è ottimo per dire cosa rallenta la pagina.
Cosa guardare davvero nel report
Il valore di PageSpeed sta nell'elenco dei problemi, non nel punteggio. I più frequenti sui siti di piccole aziende sono:
- immagini troppo pesanti: foto caricate a piena risoluzione e in JPEG o PNG invece che in WebP o AVIF;
- file che bloccano la visualizzazione: CSS e JavaScript che il browser deve scaricare prima di mostrare qualsiasi cosa, spesso aggiunti da plugin;
- servizi esterni caricati ovunque: reCAPTCHA, mappe e video incorporati presenti in ogni pagina anche se servono in una sola;
- video di sfondo da decine di megabyte, a volte scaricati due volte.
Ogni voce ha un "risparmio stimato": ordina gli interventi da lì, partendo da quello che fa guadagnare più tempo.
Come spiegarlo a un cliente
Una formula che funziona: "I visitatori reali oggi vedono il sito in X secondi, un tempo buono/da migliorare. Il test di Google, che simula un telefono economico con poca rete, trova tre interventi che lo renderebbero più veloce per tutti: …". Così il cliente capisce la situazione reale, si fida del numero e vede subito cosa fare.
È lo stesso approccio che usa Scandra nei report: dati reali quando ci sono, stima indicativa quando mancano, e interventi in ordine di guadagno con i nomi dei file del sito.